Lo sfascio della ricerca 2: le metastasi - Giornalismo scientifico e comunicazione.


Lo sfascio della ricerca 2: le metastasi

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Metastasi. E’ proprio la parola che ho sentito usare più spesso dai ricercatori più bravi e giovani. Solo che non parlano di cellule maligne, ma di loro stessi. Il laboratorio dove lavorano, quelli che ci stanno dentro, sono metastasi in un organismo, l’ateneo, il dipartimento, che se non li rigetta, al massimo li tollera. Metastasi buone, tumori al contrario, che invece di drenare risorse ne portano, tante, attirando finanziamenti esterni, anche dall’estero. Che nutrono il loro ospite di preziose pubblicazioni, alzando la media della produttività e abbassando quella dell’età. Come in una sismbiosi imperfetta, questi corpi estranei danno molto al loro ospite e in cambio prendono poco.

Se la ricerca italiana, tutto sommato, non sfigura nel panorama internazionale, se la sua produttività media (misurata in numero di articoli scientifici) è la quarta in europa dopo UK, Germania e Francia, se esiste un’eccellenza riconosciuta in diversi campi scientifici, molto del merito va a queste metastasi che riescono a incunearsi, a ritagliarsi un pò di spazio -anche fisico- nell’accademia italiana, contando di volta in volta sulla protezione e l’aiuto di qualche cattedratico più illuminato.

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Per un pò ho avuto anche io la fortuna, se così si può dire, di essere una metastasi. Il nostro era un buon laboratorio, diretto da una scienziata brillante. Eravamo una decina, pigiati in dieci metri quadrati. Per entrare attraversavamo enormi stanzoni con una grande scrivania dove sedeva, da solo un professore quasi novantenne. Pare che fosse un vecchio luminare, ma ora nessuno sapeva più cosa facesse. Eppure era lì, e nessuno aveva da ridire. Si stava attenti a tenersi buoni tutti, a non scatenare gli anticorpi dei più potenti, con il rischio di venire rigettati. Nell’università italiana, i cattedratici hanno potere assoluto. Qualcuno di loro (e ce ne sono) a volte decide che il merito va premiato. Ma è sempre e comunque una loro scelta personale, e non la regola di un sistema che, anzi, rema incessantemente contro.

A dire queste cose oggi sembra di fare un favore ad un governo che, invece non mi piace: non passa giorno che i giornali di Berlusconi non tirino fuori una storia di ordinaria baronia, una nuova mappa del nepotismo che impera nelle nostre facoltà a sostegno della campagna distruttiva del loro capo. Ma anche quando la realtà viene usata in modo strumentale, come in questo caso, è sempre una realtà oggettiva e incontestabile, soprattutto da chi l’università la conosce.

Per lunghissimi anni le università sono state svilite, amministrate malamente e usate come feudi dagli stessi baroni che le comandano, termiti bulimiche che oggi piangono miseria. I concorsi sono pilotati, nel pieno rispetto della legalità, perchè l’intero processo di selezione è in mano, per legge, alle singole università, anche se poi lo stipendio di chi vince lo paga (a vita) lo Stato. Improbabili atenei sono sorti come funghi per creare nuove cattedre, così come i corsi che si sono moltiplicati, dilapidando i già scarsi finanziamenti pubblici.

E poi ci sono le metastasi. Ricordiamocele. Perchè quando pensiamo alla ricerca italiana è bene ricordare che parliamo di un sistema dove coesistono baroni, fannulloni ma anche giovani scienziati di valore internazionale, le metastasi buone che sopravvivono e producono nonostante il fatto di vivere in un habitat ostile. Questo distinguo -vitale anche in termini comunicativi- si perde purtroppo nei movimenti di piazza, proprio come avviene oggi. Per farsi sentire si alza il tono della voce e si parla a slogan, i messaggi si diluiscono e le posizioni si accorpano: studenti, ricercatori, docenti da una parte, governo dall’altra. Questo è deleterio, perché mette tutti gli universitari, baroni, mediocri e scienziati eccellenti nello stesso calderone agli occhi del pubblico. In un altro post ho lanciato un appello a questi ultimi di tutto per differenziarsi e parlare con una voce unica che non sia la stessa della baronia accademica.

Una volta sono andato in giro a chiedere ad amici e colleghi più esperti cosa succederebbe se per un colpo di bacchetta magica triplicassero da un giorno all’altro i finanziamenti italiani alla ricerca. Se si raddoppiasse, invece di tagliare, il numero di posti da ricercatore. Cambierebbe così tanto il sistema ricerca italiano? I giovani riuscirebbero a superare il muro di gerontocrazia che li separa da una degna carriera?

La risposta, quasi unanime, è stata no, non cambierebbe quasi nulla. Non finché i fondi, e le posizioni, non verranno distribuiti secondo criteri di merito. Per valorizzare il merito non c’è bisogno, almeno oggi, di rifondare l’università. Sarebbe sufficiente agire con intelligenza sui rubinetti dei finanziamenti, premiando veramente chi se lo merita, e lasciando a secco gli altri. Non bisognerebbe inventare nulla di rivoluzionario: esistono da tempo sistemi ben rodati e consolidati internazionalmente, che permettono, nei limiti del possibile, di allocare risorse ai ricercatori e ai progetti migliori. Con la volontà politica e il consenso del mondo accademico, applicare questi metodi sarebbe una questione di mesi, non di anni. La volontà politica non c’è, e questo è un fatto. Ma siamo sicuri che il mondo accademico voglia veramente farlo?

Leggi il seguito: Meritocrazia? Not in my Backyard!
© Sergio Pistoi 2008*Nota: chi legge nazioneindiana.com. troverà un post molto simile a questo è sempre mio, me l’hanno chiesto e ho aderito volentieri

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