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Povertà astronomica

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Le Scienze

Duecentomila euro, 390 milioni di vecchie lire, meno di quanto costa un monolocale a Roma. E’ quanto basterebbe ogni anno, almeno da parte italiana, per salvare da un lento e inesorabile declino un fiore all’occhiello della ricerca europea, il telescopio solare THEMIS (Tèlescope Hèliographique pour l’Etude du Magnètisme et des Instabilitès Solaires www.themis.iac.es), nato dalla collaborazione fra il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e il corrispondente organismo francese CNRS. Una cifra ridicola, in termini di finanziamento alla ricerca, una briciola anche di fronte al risicato budget del CNR, 832 milioni di Euro, eppure trovare questi quattro “spiccioli” sembra un problema insormontabile. A lanciare l’allarme sul futuro del THEMIS è lo stesso direttore del telescopio, Guido Ceppatelli, durante un recente colloquio con un gruppo di giornalisti.

Inaugurato quattro anni fa sulle alture del Teide, nell’isola di Tenerife, il THEMIS è una delle poche strutture al mondo che permette l’osservazione contemporanea del Sole a diverse lunghezze d’onda, da cui gli astronomi possono costruire una mappa in 3D delle variazioni magnetiche della nostra stella e i fenomeni che danno origine alle tempeste solari. Le ricadute potenziali di queste ricerche sono tutt’altro che trascurabili: le tempeste solari che investono la nostra atmosfera provocano fenomeni spettacolari, come le aurore boreali, ma anche gravi conseguenze sulla qualità delle comunicazioni radio e televisive. Per non parlare di quello che succede nello spazio, dove i bombardamenti di particelle solari possono compromettere il funzionamento delle stazioni spaziali e l’incolumità degli astronauti che si aggirano fuori dai veicoli. Il bilancio annuale del Themis (formalmente una società privata di cui il CNRS e il CNR sono gli unici azionisti) è fermo a 930€ dal ’96 ad oggi e non tiene conto dell’aumento del costo della vita. “Significa che col passare degli anni abbiamo sempre meno fondi effettivi da destinare ai nuovi progetti e alla manutenzione delle strutture”- lamenta l’astronomo. Altri fondi sono poi necessari per adeguare il telescopio alle nuove tecnologie, dotandolo di un sistema di ottica adattiva, in grado cioè di compensare gli effetti dovuti alla turbolenza atmosferica, migliorando la qualità delle osservazioni. Senza questi investimenti, 470mila euro, di cui meno della metà a carico del CNR, THEMIS è destinato a perdere competitività rispetto ai telescopi solari tedeschi, svedesi e statunitensi. “Perdurando la situazione attuale, in due anni usciremo dal giro dei grandi telescopi, in meno di quattro potremo anche chiudere i battenti” è la previsione di Ceppatelli, su cui concorda Claudio Chiuderi, professore di astrofisica all’Università di Firenze e membro scientifico del consiglio di amministrazione di THEMIS.

La situazione è a un punto morto: il CNRS, che già si accolla l’80% delle spese di gestione è disposto a stanziare i primi fondi per l’ottica adattiva, ma solo se il suo partner farà altrettanto. Ma dal CNR – lamenta Ceppatelli -finora sono arrivate solo risposte negative. “L’Ente è alle prese con tagli di bilancio e la fisica solare non è un suo interesse prioritario- giustifica Chiuderi. Un’ancora di salvezza -aggiunge- potrebbe arrivare dal neonato Istituto Nazionale di Astrofisica. Ma perché non ricorrere a finanziamenti privati, considerata anche l’esiguità dell’investimento richiesto? I due astronomi confessano di non aver ancora esplorato questa strada. Inutile d’altra parte sperare nei lumi di chi una risposta potrebbe darla. Interpellato, Sandro Valli, a capo del servizio Convenzioni e Consorzi del CNR e rappresentante dell’Ente nel consiglio di amministrazione di THEMIS rifiuta ogni commento, nello stile opaco fin troppo consolidato fra i nostri burocrati.

Non ci resta che l’invidia per i nostri colleghi d’oltreoceano, che proprio in questi giorni disquisiscono su come sia meglio spendere i 112 miliardi di dollari che il governo vuole destinare alla ricerca (+7.2% rispetto all’anno scorso), mentre noi scriviamo di cifre che sembrano uscite dalla contabilità di un bar, e neanche dei più frequentati.

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