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RIP Craig Venter, il “cattivo” mancato

il mio ricordo di un "maverick" della ricerca

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Ci sono personaggi che più degli altri catturano l’interesse e la fantasia del pubblico. Craig Venter era uno di questi.

Me l’hanno fatto capire anche alcuni dettagli. Ad esempio, nel libro  “Il DNA incontra Facebook” tracciai un suo ritratto raccontando la storia del progetto Genoma Umano. La sua figura  occupava a malapena un paio di pagine  eppure è forse quella che è più rimasta impressa nel lettori. “Ma quel Venter, che tipo!“, è stato il commento di un sacco di gente che ho incontrato e ha letto il libro. Non mi stupisce. Venter non passava mai inosservato.

Gli occhi di ghiaccio da veterano del Vietnam (contrario alla guerra, ma spedito lì, racconterà) il carattere da troublemaker, ma anche l’anticonformismo, l’acutezza e rapidità di ingegno, unite all’insofferenza per i tempi accademici, oltre al  conto in banca milionario,  lo rendevano difficile da  sopportare per molti e ne facevano una figura controversa, anche se poi la storia gli darà ragione su molti punti.

Alla stampa piaceva rappresentarlo come un maverick, il villain– il cattivo dei fumetti, una specie di pirata fuori dal sistema che succhiava dati genetici per ricavarne soldi.

La realtà è più complessa  e oggi sappiamo per certo che  senza Venter la lettura del DNA umana avrebbe certamente richiesto molto più tempo. La tecnica da lui inventata, lo shotgun sequencing, acellerò enormemente la lettura del genoma umano.

Una tecnica nata dall’impazienza, e che già dal nome  sembra il ritratto del suo carattere: consisteva nel tagliuzzare il DNA, buttare nel calderone milioni di piccoli frammenti e leggerli per poi metterli in ordine successivamente grazie ai computer, mentre i colleghi del progetto genoma pubblico procedevano con un approccio più regolare, prudente ma molto più lento, leggendo un pezzo di cromosoma dietro l’altro.

Attorno a quella tecnologia nacque una polemica scientifica, personale e politica accesissima, con gli scienziati del progetto genoma pubblico  che tacciavano Venter di imprecisione e pericolosa approssimazione e lui che lanciava battute al vetriolo sui colleghi che andavano alla velocità di una tartaruga. Alla fine fece i bagagli  e lanciò un suo progetto parallelo e  privato che innescò una gara senza precedenti per arrivare primi a completare la lettura del DNA umano.

Di quella rivalità storica oggi arrivano soltanto gli echi anche perchè è stata proprio la tecnica di Venter a prevalere, e perfino il progetto Genoma alla fine l’aveva adottata.

Tutto era finito più o meno a tarallucci e vino davanti alla stampa e al presidente Bill Clinton per  festeggiare il completamento della prima bozza del Genoma nel 2001  (era la scena che raccontavo nel libro  per tracciare la storia scientifica, tecnologica e politica che ha portato a decodificare il primo genoma umano).

Venter era un maverick di quelli che forse, ogni tanto, la ricerca dovrebbe sperare di avere: non uno scienziato pazzo come veniva definito, ma un innovatore dai sistemi certamente poco accademici ma efficaci, almeno all’inizio. Forse le tante avventure imprenditoriali che sono seguite non hanno avuto lo stesso successo tecnico e scientifico del progetto Genoma, ma hanno comunque segnato un’epoca.

Gli si rimproverava che amasse, e facesse, molti soldi. È probabilmente vero. Ha fatto verosimilmente quattrini brevettando sequenze genetiche, anche se penso che più che altro ci abbia provato- non mi pare in generale che quel business si sia rivelato particolarmente lucroso, in prospettiva. Era comunque ricco e soprattutto non lo nascondeva: un altro atteggiamento (quello di non mostrare signorile disprezzo per il vile denaro) che in ambito accademico non viene perdonato.

Il carattere difficile? Ho avuto l’opportunità di incontrarlo da vicino in  due occasioni  e non ho mai avuto l’impressione di una persona presuntuosa o sfuggevole, tutt’altro.

Non è si è mai sottratto alle domande, anche quelle più scomode, e parlava volentieri con tutti. Nulla a che vedere con scienziati  che ho incontrato nella mia carriera e di cui non farò il nome, decisamente più presuntuosi e ostici (e anche meno geniali)  che rifiutavano sdegnamente di rispondere a domande necessarie.

Lo sguardo di ghiaccio? Quello sì, lo aveva,  ma lo definirei più uno sguardo beffardo, vagamente ironico,  che quello del cattivo dei film che si vede in tante sue foto.

J. Craig Venter è morto ieri, pare che fosse ammalato di tumore. L’obituary del New York Times lo definisce nel titolo come “Scientist who decoded the human DNA”, e così penso merita di essere ricordato, magari insieme ai tantissimi, nel mondo, che hanno contribuito a quel risultato epocale.

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