IL PATENTINO DI IMMUNITA': MIRAGGIO DI UN PAESE DI BUROCRATI - Giornalismo scientifico e comunicazione.


IL PATENTINO DI IMMUNITA’: MIRAGGIO DI UN PAESE DI BUROCRATI

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Il “patentino degli immuni” è diventato il nuovo kit miracoloso per uscire dal tunnel. Ora, non voglio fare il guastafeste perché a questa cosa ci stanno credendo in molti, anche gente quotata. Ma come ormai avete capito non sono in lizza per il premio simpatia e preferisco dirvi le cose come stanno, perché poi ci rimanete male.

L’idea è di andare a vedere chi ha sviluppato gli anticorpi contro il coronavirus (il cosiddetto test serologico) e fare in modo che almeno queste persone abbiamo un patentino di immunità e possano tornare a zonzo e al lavoro, per “ripartire”.

Ripartire con cosa? Te lo sei chiesto?

Siamo in totale lockdown, quindi è presumibile che la maggioranza di noi non avrà incontrato il virus e quindi non sarà immune. Il “patentino” servirebbe a fare uscire una minoranza di persone. E comunque molto cautamente, perché al momento non c’è neanche certezza che chi ha gli anticorpi non possa comunque reinfettarsi.

A parte forse alcuni focolai dove il virus ha colpito duramente e dove molti potrebbero essere già immuni, ti è chiaro vero che per la maggior parte del paese si tratterebbe di una situazione statica?

Pochi immuni col patentino liberi di girare e la stragrande maggioranza di noi chiusi per mesi in casa. Con l’unica prospettiva di essere “patentati” solo dopo essersi fatti il Covid19.

Peraltro, ammesso che i test serologici siano sufficientemente affidabili -al momento non lo sono, e non lo diventeranno probabilmente da qui a qualche settimana.

A parte liberare dai ceppi qualche “fortunato” patentato, con il rischio, anzi la certezza, di migliaia di false patenti in italia, mi spieghi come fai ripartire con un’azienda, un negozio, un’attività produttiva se hai una minoranza di personale disponibile, scelta a casaccio da un virus?

Metti il carpentiere immune a fare il programmatore, o viceversa? Insegni all’ingegnere come fare la contabilità, e al ragioniere gli fai progettare la scocca dell’auto? Riapri l’attività con un decimo della forza lavoro?

E i milioni di italiani chiusi in casa cosa fanno, intanto? Organizzano pigiama party per infettarsi a vicenda e prendersi la patente?

Possiamo ragionare razionalmente, col cervello, sulle cose che ci vengono dette?

Sia chiaro: i test immunologici sono utilissimi se usati bene, e va anche bene individuare gli immuni, non fosse altro che per capire l’estensione del contagio e avere quei numeri vitali che oggi non abbiamo. Quindi non è affatto un problema dei test: facciamoli eccome.

Ma ti rendi conto, vero, che la patente immunologica NON è una soluzione pratica per uscire dal buco?

Lo capisci che senza iniziative più attive la patente da sola non fa ripartire l’economia, la produzione, e obbliga comunque milioni di persone a stare chiuse in casa per svariati mesi?

Meglio di niente, dirai. E invece no. Perché va bene il patentino, ma se si se parla solo di quello, sarà soltanto l’ennesima auto-distrazione che ci stiamo infliggendo per non voler attuare le vere soluzioni, quelle più difficili che però funzionano.

Quelle che dovremmo preparare ADESSO per uscire, forse, TRA UN MESE.

Come la SORVEGLIANZA ATTIVA, che consiste nello stanare il virus rintracciando i contatti, testandoli e isolando efficacemente i positivi. L’unica soluzione che finora nel mondo ha dato frutti, la cosa di cui tutti parlano ma che nessuno fa.

Perché è fattibile, ma non facile quanto un patentino. Perché richiede un approccio logistico e flessibile, dove il burocrate inutile deve fare un passo indietro e lasciare spazio a chi sa fare. Perché richiede intelligenza, competenze e organizzazione. Non un bollo su un certificato.

Ecco perché in questi giorni sentirete parlare solo di patentini.

Perché il patentino è il nuovo fantasma erotico di un paese burocratizzato, dove il “foglio di carta”, il cartoncino col timbro dell’amministrazione sono sempre l’unica soluzione facile e a portata di mano.

Tutto pur di non faticare e affrontare la complessità di un problema che non ammette risposte semplici e marche da bollo.

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