La sindrome del Nobel - Giornalismo scientifico e comunicazione.


La sindrome del Nobel

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Watson

Cosa farei se vincessi il Nobel? (si, si, ridete…). No, sul serio, cosa farei?

Prima che possiate pensare ad un mio delirio di onnipotenza, premetto che questa è la domanda che mi ronzava per la testa quando, più o meno tre anni fa, la Fondazione Nobel mi invitò a partecipare come giornalista all’incontro annuale dei premi Nobel (sì, avete capito bene, esiste una cosa del genere) nell’amena e teutonica località di Lindau. Io ne parlo così, ma sappiate che si tratta di un appuntamento ormai storico, che si ripete in gran pompa dal 1951. Un’altra occasione ghiotta che non mi feci sfuggire.

Perchè vi parlo di questo vecchio viaggio? Perchè Lindau, il suo bel lago e la sua sfliza di Nobel mi sono tornati in mente in questi giorni in cui si parla della macroscopica gaffe del Nobel James Watson (sì, quello del DNA).

Per chi non lo sapesse, l’arzillo ottuagenario, peraltro abituato alle picconate mediatiche, stavolta l’ha fatta grossa, tirando in ballo le ( non dimostrate) differenze genetiche di intelligenza fra bianchi e neri.Chi ha avuto tempo e voglia di seguire la vicenda sa come è andata a finire: critiche a valanga, sospensioni dall’incarico accademico, fuga precipitosa del nostro dal tour letterario negli UK, e tutto quello che si può immaginare quando, a torto o a ragione, si va a mettere il naso nella political correcteness.

Il mondo si ribella a quella che considera un’affermazione  socialmente pericolosa e politicamente scorretta. Per non aprire un altro lungo capitolo, lasciamo perdere se l’affermazione di Watson sia scientificamente plausibile o meno. Con buona approssimazione, sappiamo  che quello che il Nobel ha detto è scientificamente tutto da dimostrare.

Il fatto importante, che molti commentatori dimenticano,  è che Watson è in buona compagnia: esiste una lunga lista di Nobel che si sono prodotti in uscite altrettanto infondate (se non clamorosamente false)  e  socialmente pericolose. C’e il  Nobel  per cui la vitamina C cura il cancro (Pauling), ce n’è un altro (Mullis) che ha negato il ruolo del virus HIV nell’AIDS.

Curiosamente, nessuna di queste uscite ha mai generato tanta indignazione pubblica quanto quella di Watson. Ne deduco che se invece di prendersela con bianchi e neri, il nostro avesse sparato a zero sulla teoria dell’evoluzione, o avesse detto che l’influenza aviaria è causata da un baccello spaziale, nessuno lo avrebbe sospeso dall’incarico, come è successo.

Eppure, in tempi recenti, i danni sociali peggiori sono arrivati proprio da affermazioni politicamente corrette ma clamorosamente errate: le teorie bislacche del Nobel Mullis, ad esempio, hanno  contribuito indirettamente al disastro di un paese come il Sudafrica.

IL fatto è che le sparate dei Nobel sono note, tanto che oltremanica qualcuno si è chiesto se esista la “Sindrome del Nobel“, una strana malattia legata al conferimento del prestigioso premio. La sindrome consiste nella trasformazione di valentissimi e prudenti scienziati in  tuttologi sparacazzate (questo sono parole mie, non del Daily Telegrph).

E rieccomi a Lindau, a vagare fra cene e meeting rooms affollate di premi Nobel. Ve lo racconto perchè è li che ho capito non solo che la Sindrome del Nobel esiste veramente, ma anche perchè si scatena. Sì, perchè ho visto giornalisti assiepati attorno ad un Nobel per la chimica a fare domande sul futuro dell’economia globale. Ho visto premi Nobel per la medicina pontificare sul riscaldamento globale, e Nobel per la fisica  pontificare sulla malaria.

E’ difficile immaginare cosa si scateni nella testa di un bravissimo scienziato che d’un tratto si trova proiettato sulla scena mondiale, e a cui viene chiesto di pronunciarsi su tutto.

Cosa farei se capitasse a me? Direi onestamente ai giornalisti, al pubblico, alle scolaresche speranzose che non ne so un tubo? Oppure obbedirei alla responsabilità di dire comunque qualcosa, per non deludere le aspettative del pubblico nei confronti della Scienza? Di certo, la Sindrome del Nobel sarebbe sempre in agguato. Mi chiedo se fra i benefit del Nobel c’è anche un corso accelerato in comunicazione pubblica. Se non c’è, andrebbe introdotto.

In attesa di cambiare i Nobel, l’unico rimedio  alla sindrome è forse quella che suggerisce il Telegraph: perchè noi giornalisti non la smettiamo di dare retta ai Nobel quando escono dal seminato, sconfinando in terreni che non possono conoscere?

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