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	<title>Sergio Pistoi, giornalista scientifico e consulente &#187; DNA</title>
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	<description>Comunicazione scientifica e valutazione della ricerca</description>
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		<title>Gemelli che cambiano</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Aug 2005 17:21:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un nuovo studio dimostra l&#8217;interazione tra genoma e ambiente Le Scienze, Agosto 2005 Tutti i gemelli nascono uguali, ma col tempo si somigliano sempre meno. Ora sappiamo però che non è solo questione di un taglio di capelli o di quelle sottili differenze fisiche che compaiono con l&#8217;età: anche il loro genoma, identico per definizione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Un nuovo studio dimostra l&#8217;interazione tra genoma e ambiente</em></p>
<p><strong>Le Scienze</strong>, Agosto 2005<span id="more-48"></span></p>
<p>Tutti i gemelli nascono uguali, ma col tempo si somigliano sempre meno. Ora sappiamo però che non è solo questione di un taglio di capelli o di quelle sottili differenze fisiche che compaiono con l&#8217;età: anche il loro genoma, identico per definizione alla nascita, tende a cambiare con l&#8217;età, contribuendo a renderli sempre più diversi.</p>
<p>Lo hanno scoperto Manel Esteller e suoi colleghi del Centro Nazionale Spagnolo per la Ricerca sul Cancro (CNIO) di Madrid, in collaborazione con altri laboratori europei, in uno studio pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Science (PNAS). Analizzando il patrimonio genetico di 40 coppie di gemelli fra i 3 e i 74 anni, i ricercatori hanno scoperto che esistevano delle differenze significative in almeno un terzo delle coppie, e che queste erano più marcate nelle coppie più vecchie, dimostrando che mano mano che passa il tempo i gemelli diventano sempre meno uguali, anche geneticamente.</p>
<p>A fare la differenza non è la sequenza di basi nucleotidiche del DNA (cioè le istruzioni contenute nei geni) bensì l&#8217; azione di meccanismi complessi, chiamati epigenetici, che modificano la struttura stessa del genoma, determinando quali e quanti geni sono effettivamente attivi. Come risultato, individui con lo stesso DNA, come i gemelli, possono sviluppare caratteristiche diverse, ad esempio nell&#8217;invecchiamento o nella suscettibilità ai tumori e altre malattie. La metilazione, una sorta di etichetta molecolare che segnala alla cellula quali porzioni del genoma siano inattive, è uno dei meccanismi epigenetici più studiati ed è risultata variare nelle coppie di gemelli.</p>
<p>Un altro dato raccolto dai ricercatori spagnoli è particolarmente importante: le differenze genetiche sono risultate più grandi nei gemelli allevati separatamente, o in quelli con abitudini stili di vita diversi (alimentazione, stato di salute, uso di farmaci, fumo o droghe), rispetto a quelli cresciuti insieme o con stili di vita simili. L&#8217;ambiente sembra quindi agire sul genoma modificandone le caratteristiche epigenetiche: un risultato rivoluzionario che potrebbe aprire una nuova frontiera nello studio del rapporto fra geni e ambiente. Negli ultimi anni si è scoperto, infatti, che i meccanismi epigenetici giocano un ruolo fondamentale in un numero sempre crescente di processi, dallo sviluppo embrionale all&#8217;invecchiamento, oltre ad essere coinvolti nei tumori e in almeno un centinaio di malattie ereditarie. Non è un caso se oggi lo studio dell&#8217;epigenetica rappresenta uno dei settori più &#8220;caldi&#8221; della ricerca biomedica, che attrae consistenti fondi pubblici e privati. «Queste ricerche ci aiuteranno a capire come i fattori ambientali influenzino l&#8217;espressione dei nostri geni e la suscettibilità alle malattie», afferma Esteller.</p>
<p> </p>
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		<title>Il riso che abbonda</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Aug 2005 17:18:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ottenere una pianta di riso con una resa più alta che non ceda sotto il peso stesso dei suoi semi: ci sono riusciti ricercatori giapponesi. Le Scienze, Agosto 2005 Ottenere una pianta di riso con una resa più alta non è una cosa facile, anche con le moderne tecniche di ingegneria genetica. Ancora più difficile è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ottenere una pianta di riso con una resa più alta che non ceda sotto il peso stesso dei suoi semi: ci sono riusciti ricercatori giapponesi.</em></p>
<p><strong>Le Scienze,</strong> Agosto 2005</p>
<blockquote><p><span id="more-47"></span></p></blockquote>
<p><strong>O</strong>ttenere una pianta di riso con una resa più alta non è una cosa facile, anche con le moderne tecniche di ingegneria genetica. Ancora più difficile è crearne una che non ceda sotto il peso stesso dei suoi semi, affondando nell&#8217;acqua e marcendo inesorabilmente. Se si pensa che il riso fornisce quasi un quarto delle calorie consumate dall&#8217;uomo in tutto il pianeta, l&#8217;importanza di questa sfida è ancora più chiara.</p>
<p> </p>
<p>Un gruppo di ricercatori giapponesi è riuscito in questa doppia impresa combinando abilmente le tecniche classiche di incrocio con le più sofisticate conoscenze di genetica. Il prodotto, una pianta di riso più corta e carica di semi, non è, secondo la definizione corrente, un organismo geneticamente modificato, perché è il frutto di incroci e non dell&#8217;inserzione di geni esterni, provenienti da altri organismi.</p>
<p> </p>
<p>Gli autori dello studio- Motoyuki Ashikari e i suoi colleghi della Nagoya University di Yokohama, insieme a ricercatori del prestigioso RIKEN, nella stessa città &#8211; sono partiti dalla mappa del genoma di riso, da poco completata, alla ricerca di geni in grado di favorire la resa della pianta. Hanno invece trovato un gene dall&#8217;effetto opposto: la proteina prodotta da questo gene ha infatti il compito di degradare un ormone essenziale per la crescita, la citochinina. Quando la proteina è meno attiva, lascia intatto più ormone, migliorando la resa dei semi: come hanno verificato i ricercatori giapponesi, è quello che avviene in nel riso Habataki, una varietà corta ma ricca di semi. Hanno così incrociato ripetutamente la Habataki con una varietà più alta ma povera di semi, analizzando ad ogni incrocio le piante risultanti e reincrociando solo quelle che avevano ereditato la versione &#8220;Habataki&#8221; del gene anti-ormone. Allo stesso modo, per aumentare la resistenza, hanno selezionato e reincrociato le piante che avevano ereditato dalla Habataki una particolare zona di DNA, responsabile della sua corta statura. E&#8217; stato un lavoro paziente, che ha richiesto l&#8217;analisi di oltre 14 mila piante, ma alla fine le piante ottenute dai ricercatori avevano il 26 per cento in più di semi rispetto ed erano più resistenti rispetto alla varietà di partenza.</p>
<p>Il lavoro dei ricercatori giapponesi dimostra che è oggi possibile abbinare le tecniche di incrocio, vecchie come il mondo, con le conoscenze più avanzate della genetica, selezionando così in tempi molto più rapidi le varietà con le caratteristiche desiderate. Pur supportando l&#8217;uso di piante geneticamente modificate, gli autori del lavoro intendono ora proseguire su questa strada, che permette loro di utilizzare varietà selvatiche che sono più adatte a tollerare le loro specifiche condizioni geografiche e ambientali. «Scoprire i geni più utili, migliorare le caratteristiche favorevoli ancora nascoste nel genoma delle piante e applicare queste scoperte agli incroci aprirà la strada a una nuova rivoluzione verde», concludono gli autori.</p>
<p> </p>
<p> </p>
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		<title>Nuove armi contro la TBC</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Mar 2005 14:57:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Un vaccino ricavato dal DNA dello stesso micobatterio apre una speranza nella lotta a questa piaga globale. Le Scienze, Marzo 2005  ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Un vaccino ricavato dal DNA dello stesso micobatterio apre una speranza nella lotta a questa piaga globale.</em></p>
<p><strong>Le Scienze</strong>, Marzo 2005</p>
<p> </p>
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		<title>Un microchip contro il cancro</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Dec 2004 14:59:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Minuscoli gioielli tecnologici che permettono di «spiare» l&#8217;attività genetica dei tumori aiuteranno a diagnosticare il cancro e a prevederne l&#8217;evoluzione: è l&#8217;inizio di una scienza rivoluzionaria, che condensa genetica, informatica e oncologia. Sergio Pistoi e Chiara Palmerini Le Scienze, Dicembre 2004(abstract): L&#8217;approccio alla lotta contro i tumori sta per cambiare radicalmente, grazie a una vera [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Minuscoli gioielli tecnologici che permettono di «spiare» l&#8217;attività genetica dei tumori aiuteranno a diagnosticare il cancro e a prevederne l&#8217;evoluzione: è l&#8217;inizio di una scienza rivoluzionaria, che condensa genetica, informatica e oncologia.</em></p>
<p>Sergio Pistoi e Chiara Palmerini</p>
<p><strong>Le Scienze</strong>, Dicembre 2004<span id="more-61"></span>(abstract): L&#8217;approccio alla lotta contro i tumori sta per cambiare radicalmente, grazie a una vera e propria rivoluzione tecnologica legata all&#8217;uso dei microarray, o chip a DNA, che sanno riconoscere la «firma» dell&#8217;attività genetica delle cellule cancerose.</p>
<p>- Grazie a queste nuove tecniche di indagine è possibile tracciare un «profilo di espressione» che misura contemporaneamente lo stato e il livello di attivazione di migliaia e migliaia di geni, permettendo così di individuare quale sarà l&#8217;evoluzione di un tumore.</p>
<p>- La possibilità di individuare la «firma» genetica di un tumore sta portando alla realizzazione di grandi banche dati, in cui i tessuti tumorali sono catalogati in base alla loro espressione genica e correlati ai dati clinici dei pazienti, che permetteranno di disporre di strumenti di prognosi e indicazione terapeutica più veloci e affidabili.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
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		<title>Tutto il genoma sull&#8217;unghia</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Dec 2003 15:12:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[In un chip di pochi millimetri l&#8217;intero patrimonio genetico umano. S. Pistoi, Le Scienze, Dicembre 2003I genetisti se lo aspettavano da un momento all&#8217;altro. E, perfino un po&#8217; in anticipo rispetto alle attese, poche settimane fa è arrivato. Lo Human Genome Plus 2.0, (HG-plus) questo è il suo nome commerciale, somiglia ad un microprocessore, come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>In un chip di pochi millimetri l&#8217;intero patrimonio genetico umano.</em></p>
<p>S. Pistoi, <strong>Le Scienze</strong>, Dicembre 2003<span id="more-66"></span>I genetisti se lo aspettavano da un momento all&#8217;altro. E, perfino un po&#8217; in anticipo rispetto alle attese, poche settimane fa è arrivato. Lo Human Genome Plus 2.0, (HG-plus) questo è il suo nome commerciale, somiglia ad un microprocessore, come quelli che si trovano nei computers e nei gadget tecnologici. Sulla sua superficie, però, non sono fissati circuiti e transistor in miniatura, ma molecole di DNA. Chips del genere sono già in circolazione ma quest&#8217;ultimo segna un importante svolta: è il primo in grado di contenere le sequenze dell&#8217;intero genoma umano.</p>
<p>Le analogie fra i chips a DNA (tecnicamente chiamati microarrays) e i loro equivalenti informatici non si fermano all&#8217;aspetto esteriore. Così come i microprocessori hanno reso possibili calcoli che un tempo avrebbero richiesto anni, i chips a DNA permettono analisi genetiche che altrimenti occuperebbero l&#8217;intera carriera di più ricercatori. Non c&#8217;è da stupirsi perciò che questi strumenti siano oggi il fulcro di una nuova rivoluzione per la ricerca biomedica e la medicina.Una rivoluzione nata dall&#8217;intuizione semplice e geniale di un ricercatore americano, Stephen Fodor, divenuto in seguito fondatore e capo della Affymetrix, l&#8217;azienda della Silicon Valley che ha prodotto l&#8217;HG-Plus, oggi considerata a giusto titolo l&#8217;equivalente biologica dell&#8217;Intel. L&#8217; idea fu quella di utilizzare il processo di fotolitografia, lo stesso con cui si producono i circuiti integrati, per fissare molecole di DNA su un supporto. Si possono così ancorare su un chip grande come un unghia migliaia di piccole sonde di DNA (cioè porzioni dei geni che si vogliono analizzare) da usare come altrettante provette di reazione in miniatura.</p>
<p>Per un ricercatore, questo significa poter effettuare migliaia di analisi genetiche in pochi minuti, con enorme risparmio di tempo e fatica. E&#8217; possibile ad esempio misurare l&#8217;attività contemporanea di migliaia di geni presenti in un campione di tessuto malato e confrontare questa &#8220;firma molecolare&#8221; con quella della controparte sana. Questo ha già aiutato, per ora solo in via sperimentale, a diagnosticare alcuni tumori e individuarne precocemente le forme più invasive. Dalle poche centinaia di geni dei primi modelli, commercializzati a partire dal 1994, la capacità dei chips è andata crescendo in modo esponenziale, esattamente come quella dei loro analoghi informatici, incorporando sempre di più i dati provenienti dalla decifrazione del genoma umano. L&#8217;HG-plus ha una capacità più che doppia rispetto ai modelli precedenti, ed è in grado di misurare l&#8217;attività contemporanea di tutti i 30-40mila presenti nel nostro genoma e delle loro varianti, equivalenti a 50mila geni totali.</p>
<p>Le sonde presenti nel chip sono però 1,3 milioni, perché la misura di ciascun gene viene ripetuta in 22 punti diversi: un&#8217; altra caratteristica in comune con i microprocessori, dove una buona fetta della capacità di calcolo serve a correggere gli errori, garantendo una migliore qualità dei dati.&#8221;Quest&#8217;ultima generazione di chips darà un impulso soprattutto agli studi globali sull&#8217;intero genoma, che diventano sempre più importanti &#8220;- commenta Sandro Banfi, responsabile del laboratorio microarrays del TIGEM di Napoli. &#8220;Ma, aggiunge, solo quando il prezzo si abbasserà la comunità scientifica comincerà ad utilizzarli in modo massiccio&#8221;. In effetti, nei laboratori è molto più facile trovare microarrays &#8220;fatti in casa&#8221; che permettono di analizzare solo qualche decina di geni alla volta ma hanno dalla loro un costo decisamente inferiore. I chips commerciali rimangono per lo più confinati ai pochi istituti &#8211; perlopiù privati &#8211; che se li possono permettere, ma sono gli unici che si prestano alle analisi automatizzate e offrono le garanzie di riproducibilità per un futuro uso diagnostico.</p>
<p>Per fortuna sono in molti a contare sul fatto che i chips a DNA seguiranno, come i loro analoghi in silicio, la famigerata legge di Moore, diventando allo stesso tempo sempre più potenti e meno cari</p>
<p> </p>
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		<title>Nuova sfida della scienza: la carta d&#8217;identità genetica</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Apr 2003 15:15:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si lavora alla mappa che per la prima volta catalogherà in modo sistematico le differenze che rendono unico il Dna di ciascun uomo. S. Pistoi, Corriere della Sera, 25 aprile 2003   (per i 50 anni dalla scoperta del DNA)Con un&#8217;espressione presa in prestito dall&#8217;informatica possiamo dire che la mappa del genoma completata in questi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Si lavora alla mappa che per la prima volta catalogherà in modo sistematico le differenze che rendono unico il Dna di ciascun uomo.</em></p>
<p>S. Pistoi, <strong>Corriere della Sera</strong>, 25 aprile 2003   (per i 50 anni dalla scoperta del DNA)<span id="more-68"></span>Con un&#8217;espressione presa in prestito dall&#8217;informatica possiamo dire che la mappa del genoma completata in questi giorni è la versione 2.0 di quella che gli scienziati pubblicarono nel febbraio del 2001. Come succede per le versioni successive dei programmi, la mappa 2.0 colma i tanti «buchi» presenti in quella precedente e finalmente, raggiunge lo standard di precisione prestabilito del 99,99 per cento: in pratica, su oltre 3 miliardi di basi nucleotidiche (le «lettere» che come in un enorme enciclopedia si susseguono formando il nostro patrimonio ereditario) il margine di errore è ormai di una sola lettera su 10 mila.</p>
<p>Non si tratta di un eccesso maniacale di zelo: solo contando su questo livello di precisione i ricercatori potranno identificare senza ambiguità tutti i geni umani e soprattutto le variazioni che portano al loro cattivo funzionamento. E proprio come succede con i programmi informatici, pronta una versione già se ne prepara un&#8217;altra più ricca e completa. In tutto il mondo si lavora già alla mappa 3.0, che per la prima volta catalogherà in modo sistematico le differenze che rendono unico il Dna di ciascuno di noi. La somiglianza genetica che ci lega ai nostri simili è sorprendente: confrontando il Dna di due persone a caso non troveremmo più di una differenza ogni mille basi nucleotidiche.</p>
<p>Ma proprio in queste variazioni sparpagliate in tutto il genoma, che i ricercatori chiamano SNPs (Single Nucleotide Polimorphisms, in gergo «snips») si nasconde la chiave per capire e prevedere le diverse reazioni individuali a un farmaco, o la diversa propensione ad ammalarsi delle patologie più comuni.</p>
<p>La mappa di oggi, per quanto completa, è ben lungi dal rappresentare fedelmente la varietà che caratterizza la specie umana: è piuttosto uno standard di riferimento, ricavato soltanto dal Dna di una decina di donatori anonimi. La prossima sfida è dunque quella di individuare quali variazioni si riflettono in modo più significativo sulla salute.</p>
<p>Su questi studi, fino a poco tempo fa appannaggio di pochi pionieri, puntano oggi gli investimenti di decine di società, attirate soprattutto dalla prospettiva di produrre farmaci «su misura» ritagliati sul profilo genetico dei pazienti, aumentando così l&#8217;efficacia del trattamento e limitando le reazioni avverse. Un consorzio a cui partecipano il Wellcome Trust (la più grande charity biomedica), laboratori pubblici e 11 multinazionali farmaceutiche ha già pubblicato gratuitamente su Internet la mappa di 1,8 milioni di variazioni individuali.</p>
<p>Grazie a sistemi automatici sempre più sofisticati i ricercatori possono oggi confrontare il Dna di migliaia di pazienti alla ricerca delle variazioni che sono statisticamente più frequenti nelle persone malate rispetto a quelle sane, oppure in quelle che rispondono in modo avverso a un farmaco. Sistemi del genere oggi occupano uno stanzone ma, così come è avvenuto per i computer, la miniaturizzazione della genomica è ormai alle porte. La rivoluzione è già iniziata con l&#8217;avvento dei cosiddetti microarrays o chip a Dna, supporti di silicio grandi come un&#8217;unghia in grado di leggere migliaia di variazioni in pochi minuti, grazie a un lettore laser e un computer.</p>
<p>Il costo è ancora proibitivo, e la conoscenza del genoma ancora troppo rudimentale per potere sfruttare in pieno le potenzialità cliniche di questa nuova tecnologia. Ma la strada è ormai segnata, e un giorno i medici guarderanno al nostro profilo genetico con la facilità con cui oggi leggono la glicemia o il tasso di colesterolo.</p>
<p> </p>
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		<title>Leggere il futuro nel DNA</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Apr 2003 15:17:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Monica ha 30 anni, due figli e sembra il ritratto della salute. Un giorno, mentre discute animatamente con i vicini di casa, scoppia il dramma&#8230; S. Pistoi, Le Scienze, Aprile 2003 Leggi l&#8217;articolo (pdf)  leggerefuturo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Monica ha 30 anni, due figli e sembra il ritratto della salute. Un giorno, mentre discute animatamente con i vicini di casa, scoppia il dramma&#8230;</em></p>
<p>S. Pistoi, <strong>Le Scienze,</strong> Aprile 2003</p>
<p><span style="color: #0000ee; text-decoration: underline;"><a href="http://www.greedybrain.com/WPita/wp-content/uploads/2008/05/leggerefuturo.pdf">Leggi l&#8217;articolo (pdf)</a></span></p>
<p> <a href='http://www.greedybrain.com/ita/stories/Telethon_Le_Scienze-Pistoi.pdf'>leggerefuturo</a></p>
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		<title>Uomini fotocopia contro la caduta dei capelli</title>
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		<pubDate>Wed, 29 May 2002 15:33:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Gemelli identici fungono da cavie per testare i nuovi farmaci per la calvizie. S. Pistoi, Le Scienze, Maggio 2002I gemelli Terry e Perry Carlile non hanno in comune solo lo stesso DNA, una moglie che si chiama Pamela ( non la stessa, ci tengono a precisare!) e un eccezionale senso dell&#8217;umorismo. Ad accomunarli c&#8217;è anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Gemelli identici fungono da cavie per testare i nuovi farmaci per la calvizie.</em></p>
<p>S. Pistoi, <strong>Le Scienze</strong>, Maggio 2002<span id="more-77"></span>I gemelli Terry e Perry Carlile non hanno in comune solo lo stesso DNA, una moglie che si chiama Pamela ( non la stessa, ci tengono a precisare!) e un eccezionale senso dell&#8217;umorismo. Ad accomunarli c&#8217;è anche il fatto di aver cominciato a perdere i capelli già prima dei trent&#8217;anni. O meglio, così era prima che Terry e Perry diventassero la prova vivente dei progressi nello studio e la cura della calvizie comune, o alopecia androgenica, che colpisce il 20 per cento degli uomini sotto i trent&#8217;anni, e affliggere oltre la metà degli ultracinquantenni.</p>
<p>Insieme ad altre otto coppie di gemelli affetti dallo stesso disturbo, i fratelli statunitensi hanno infatti partecipato ad uno studio clinico in &#8220;doppio cieco&#8221; durato un anno, durante il quale un fratello di ogni coppia ha assunto un farmaco, la finasteride, e l&#8217;altro un placebo. I risultati della sperimentazione, pubblicati a Gennaio sulla rivista European Journal of Dermatology, sono stati presentati lo scorso Febbraio a Siviglia durante un seminario internazionale sull&#8217;alopecia androgenica, insieme ad alcune delle &#8220;cavie&#8221; coinvolte. E oggi Perry, che ha assunto il farmaco, ha una &#8220;chierica&#8221; più piccola del suo gemello, e ha smesso di vedere i suoi capelli cadere come foglie morte sul cuscino. &#8220;I gemelli identici forniscono un modello ideale per lo studio di malattie come l&#8217;alopecia androgenica, che hanno una forte base genetica &#8220;-spiega Dow Stough, principale autore della ricerca. Dal punto di vista visivo i risultati dell&#8217;esperimento non sono eclatanti &#8211; in alcune coppie le differenze sono appena visibili- ma hanno il pregio di essere supportati da dati scientifici oggettivi come la conta fotografica dei capelli, e parametri soggettivi, come l&#8217;autovalutazione dei pazienti. Inoltre, un altro studio su 1200 pazienti (non gemelli), durato 5 anni e pubblicato sulla stessa rivista di dermatologia conferma che nel 90% degli uomini trattati la perdita dei capelli si è arrestata, mentre è proseguita senza pietà in tutti quelli che hanno preso il placebo. Il trattamento, insomma, non promette di far ricrescere i capelli, ma sembra in grado se non altro di fermarne la perdita a chi ancora ne ha.</p>
<p>Rari -secondo gli autori- gli effetti indesiderati: una diminuzione della libido si osserva in circa l&#8217;1 per cento dei casi ma l&#8217;effetto tende a scomparire negli anni, ed è comunque reversibile se si interrompe la cura. Bisogna però dire che entrambi gli studi provengono dai laboratori della stessa industria farmaceutica che produce la finasteride; vedremo perciò se questi risultati verranno confermati da studi indipendenti. Dopo essere stata per secoli appannaggio esclusivo di imbonitori da fiera e oggetto di innumerevoli rimedi di dubbia efficacia, molti dei quali tuttora abbondano, lo studio della calvizie è oggi un campo su cui la ricerca farmaceutica investe importanti risorse, attirata dall&#8217;enorme mercato offerto dalle molecole anti-caduta.</p>
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<p>Si è così scoperto che il maggiore colpevole dell&#8217;alopecia androgenica è un ormone maschile chiamato di-idrotestosterone (DHT), che ha origine dalla trasformazione del più noto testosterone effettuata da un enzima chiamato 5-alfa reduttasi [si veda l'articolo: Capelli, perché crescono perché cadono, di R. Rusting, Le Scienze 396, Agosto 2001]. Durante la vita embrionale il DHT è fondamentale per determinare la differenziazione degli organi genitali maschili, ma dopo la nascita lo stesso composto, oltre a non avere più nessuna funzione nota costituisce un fastidioso &#8220;prodotto di scarto&#8221;. In persone geneticamente predisposte, il DHT ha l&#8217;effetto di atrofizzare i follicoli piliferi, causando la progressiva perdita dei capelli, e può agire sulla prostata, causandone l&#8217;ipertrofia (ingrossamento) dopo i 40 anni. Inizialmente sviluppata per la cura dell&#8217;ipertrofia prostatica, la finasteride è stata poi &#8220;riciclata&#8221; a basse dosi per il trattamento dell&#8217;alopecia androgenica, ed è attualmente uno dei due soli farmaci ufficialmente autorizzati per il trattamento di questo disturbo. Grazie alla sua struttura chimica, che imita quella del testosterone, la finasteride è in grado di tenere occupato l&#8217;alfa reduttasi, bloccando così la produzione di DHT.</p>
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<p>C&#8217;è anche una buona notizia per i capelloni: la scienza sfata la leggenda metropolitana secondo cui i calvi sarebbero sessualmente più &#8220;vigorosi&#8221; perché più ricchi di testosterone. La tendenza alla alopecia non ha infatti alcun rapporto con la quantità di testosterone nel sangue, ma probabilmente dipende dalla diversa attività dell&#8217;alfa reduttasi, e da una diversa sensibilità genetica all&#8217;azione del DHT</p>
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		<title>Proteine da cartolina</title>
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		<pubDate>Wed, 01 May 2002 15:36:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli abitanti di Limone sul Garda non vanno fieri solo del loro bellissimo paese, ma anche del loro DNA. S. Pistoi, Le Scienze, Maggio 2002Gli abitanti di Limone sul Garda non vanno fieri solo del prezioso centro storico e delle profumate coltivazioni di agrumi della loro cittadina lacustre, ma anche del loro DNA. Anni fa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Gli abitanti di Limone sul Garda non vanno fieri solo del loro bellissimo paese, ma anche del loro DNA.</em></p>
<p>S. Pistoi, <strong>Le Scienze</strong>, Maggio 2002<span id="more-78"></span>Gli abitanti di Limone sul Garda non vanno fieri solo del prezioso centro storico e delle profumate coltivazioni di agrumi della loro cittadina lacustre, ma anche del loro DNA. Anni fa un gruppo di ricercatori italiani scoprì infatti che nel patrimonio genetico di molti Limonesi è scritta una ricetta tuttora unica al mondo, in grado di preservare l&#8217;organismo dall&#8217;eccesso di colesterolo. E proprio da questa scoperta potrebbe nascere un farmaco rivoluzionario contro l&#8217;aterosclerosi, da poco entrato nella sperimentazione clinica.</p>
<p>Per raccontare la vicenda dobbiamo fare un passo indietro nel tempo. E&#8217; il 1975 quando il signor D., un ferroviere originario di Limone, si presenta ad una visita di controllo a Milano. Ai medici che esaminano le sue analisi del sangue sembra quasi impossibile che il paziente sia ancora vivo e vegeto davanti a loro. Non solo i suoi livelli di trigliceridi sono alle stelle, ma anche i valori di HDL &#8211; il colesterolo &#8220;spazzino&#8221; che elimina l&#8217;eccesso di grassi dal sangue &#8211; è di tre o quattro volte inferiore alla norma. Una combinazione infausta che, secondo tutte le casistiche, avrebbe già dovuto riempire di placche le arterie dell&#8217;ignaro ferroviere, causandogli seri problemi cardiaci. Ancora più grande è sorpresa dei medici quando arrivano i risultati degli esami clinici: non solo il signor D. possiede un cuore di ferro, ma le sue arterie non mostrano alcun segno di danno, nonostante abbia abbondantemente superato la quarantina. Dato ancora più interessante, anche il padre e i figli del fortunato paziente presentano lo stesso incredibile fenomeno.Fra i medici che visitano il signor D. ci sono Cesare Sirtori e il suo collega Guido Franceschini dell&#8217; Università di Milano che incuriositi dallo strano fenomeno, decidono di vederci chiaro. Siamo negli anni &#8217;80 e i due, armati di provette e di molta pazienza iniziano ad analizzare il migliaio di abitanti di Limone, trovandone almeno 40 con le stesse paradossali caratteristiche. Tutti parenti alla lontana del loro primo paziente, dato l&#8217;isolamento e l&#8217;altissimo grado di consanguineità di quella piccola popolazione, e come lui dotati di cuore e arterie a prova di bomba, nonostante il loro sangue ricco di grassi e povero di HDL. Sirtori e i suoi colleghi arrivano perfino a scartabellare negli archivi delle parrocchie per risalire agli alberi genealogici delle poche famiglie del villaggio, fino a risalire al capostipite della famiglia un certo Giovanni Pomaroli, nato nel 1780. E&#8217; da lui, ipotizzano i ricercatori, che ha avuto origine la mutazione genetica che protegge dalle insidie del colesterolo. Una mutazione inutile e perfino controproducente per chi, come il buon Pomaroli, avrà vissuto del sano ma scarso vitto di due secoli fa, ma che si trasformerà in un toccasana per i suoi moderni e ipernutriti discendenti.</p>
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<p>Dopo cinque anni di lavoro, insieme a colleghi statunitensi, gli studiosi italiani scoprono così che tutti i successori di Pomaroli possiedono una mutazione nel gene che serve a produrre la proteina ApoA-I, il cositutente fondamentale delle HDL. Rispetto alla versione normale, quella mutata, battezzata ApoA-I-Milano (AIM), differisce di uno solo &#8220;mattoncino&#8221;, o amminoacido. Ben presto nei ricercatori italiani si fa strada l&#8217;ipotesi che copiando il genoma dei Limonesi si potranno forse creare nuovi e più potenti farmaci contro l&#8217;aterosclerosi, le cui complicanze rappresentano la prima causa di morte nei paesi occidentali. L&#8217;aterosclerosi consiste nella formazione di &#8220;placche&#8221; di colesterolo e cellule che ostruiscono le arterie e possono rompersi causando trombosi, infarto, ictus. I farmaci attualmente disponibile- come le statine- abbassano la produzione di colesterolo, ma nessun prodotto è oggi in grado di sciogliere le placche già formate, proprio quello che l&#8217;AIM sembra in grado di fare.</p>
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<p>L&#8217; altra fondamentale svolta avviene nei primi anni &#8217;90, quando insieme ad una compagnia svedese i ricercatori trasferiscono una versione del gene mutato in batteri, &#8220;costringendoli&#8221; così a produrre una copia artificiale della proteina AIM. &#8220;Il sistema per produrre la proteina in quantità elevata e in forma pura è stato un vero e proprio &#8221; collo di bottiglia&#8221; e ha richiesto enormi investimenti&#8221; racconta Sirtori. Non passa molto tempo prima che i ricercatori d&#8217; oltreoceano si interessino alla scoperta. Nel 1994 P.K. Shah, cardiologo del Cedars-Sinai in California sperimenta la AIM su conigli resi ipercolesterolemici, un modello di studio standard che riproduce con buona approssimazione l&#8217;aterosclerosi umana, e ottiene una riduzione fino al 70% delle placche. Parallelamente, i ricercatori italiani accumulano risultati altrettanto incoraggianti &#8220;Nei nostri conigli la AIM ha sciolto la maggior parte delle placche nel giro di un due o tre giorni&#8221;- conferma Sirtori. Aiutati dai progressi nella proteomica &#8211; lo studio della struttura e della funzione delle proteine- i ricercatori raccolgono anche importati indizi sul perché le AIM siano così efficaci, circa il doppio della loro controparte normale, nel rimuovere il colesterolo. A causa della mutazione, le AIM tendono a legarsi a due a due, formando delle coppie stabili, cosa che non succede per la versione normale. &#8220;In qualche modo questo aumenta il loro tempo di permanenza nel sangue e la loro efficacia &#8211; spiega Sirtori&#8221;.</p>
<p>Arriviamo così a giorni nostri. Nel 2000, sull&#8217;onda del successo degli studi sugli animali, una piccola società biotech statunitense, la Esperion Therapeutics, di cui Sirtori è consulente e co-fondatore, riesce a raccogliere gli ingenti capitali necessari per portare avanti la sperimentazione clinica della AIM. Pochi mesi fa, dopo un primo trial su volontari sani che ha stabilito la sicurezza e la tollerabilità della AIM per via endovenosa, la Esperion ha così ottenuto l&#8217;autorizzazione per un primo studio in &#8220;doppio cieco&#8221; su 50 pazienti affetti da malattia delle coronarie, per valutare l&#8217;efficacia della AIM nel ridurre le placche aterosclerotiche che sono all&#8217;origine della patologia. &#8220;I primi risultati saranno disponibili entro fine anno- annuncia Sirtori. Per ora, i più contenti sono sempre i fortunati discendenti di Pomaroli, che si possono ingozzare di dolci senza rischi per le coronarie mentre si godono l&#8217;inaspettata fama che il DNA ha regalato al loro incantevole paesino. Sergio Pistoi</p>
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<p>IDEE IN FUGA</p>
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<p>Il nostro paese ci ha messo i geni, quelli preziosi contenuti nel DNA dei Limonesi, e anche il genio, quello dei ricercatori che l&#8217;hanno individuati e studiati. Ma i vantaggi economici della scoperta, se mai ci saranno, ricadranno lontano dalla ricerca italiana. La storia della Apo-AI Milano è un successo della ricerca di base made in Italy ma anche un esempio di come molte scoperte si concretizzino poi in applicazioni e imprese redditizie solo al di fuori dei confini nazionali.</p>
<p>Sirtori e Franceschini, insieme alla multinazionale svedese Pharmacia, sono titolari del brevetto che copre il processo di produzione e purificazione della proteina mutante che è stato poi concesso in licenza alla statunitense Esperion. &#8220;In Italia non abbiamo trovato nessuno disposto ad investire nella messa a punto del processo&#8221;- racconta Sirtori, che aggiunge &#8220;l&#8217;Università non ha mai neanche pensato di brevettare la procedura, l&#8217;ho fatto io a titolo personale con i soldi di mia madre&#8221;. Certo, stiamo parlando degli anni &#8217;80, oggi preistoria in termini di brevetti biotech, ma la situazione sembra migliorata di poco, se è vero &#8211; come dice Sirtori- che ancora oggi in un ateneo importante come quello milanese i corsi di laurea in biotecnologie non prevedono neanche una lezione di brevettistica. Senza contare i recenti rapporti della Commissione Europea, che piazzano l&#8217;Italia agli ultimi posti per quantità di brevetti e negli investimenti in venture capital, cioè di fondi &#8220;scommessi&#8221; in progetti innovativi e ad altro rischio. Le ambizioni nazionalistiche non c&#8217;entrano: in ballo, piuttosto, c&#8217;è la sopravvivenza del nostro sistema di ricerca. Un sorprendente rapporto del MIT rivela ad esempio che una parte consistente del budget di ricerca delle grandi università statunitensi deriva ormai dai proventi saggiamente amministrati di brevetti e royalties. La prestigiosa Columbia University, ad esempio, paga ben un terzo delle sue spese di ricerca grazie ai ricavi di tre soli brevetti biotech di successo. Nessuno può sapere se davvero dalla scoperta di Sirtori e dei suoi colleghi scaturirà una cura rivoluzionaria ed efficace. Quello che è certo è che, comunque, di questi successi alla ricerca tricolore tornerà indietro ben poco.</p>
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