Meritocrazia? Not in my Backyard!
Qualche tempo fa meristemi, commentando un mio post , faceva notare come la meritocrazia in italia, sia una questione NIMBY: not in my backyard. “Come l’integrazione culturale-scrive meristemi -” è una cosa che tutti dicono giusta e rispettabile, ma che ognuno se la faccia a casa propria“. Sono d’acccordo. Di meritocrazia, oggi, si riempiono la bocca in tanti, anche quelli che preferirebbero vederla applicata solo agli altri.
Anche se continuano a usarla come parola-chiave nei loro discorsi, i rappresentanti del mondo accademico e le associazioni dei docenti si sono di fatto sempre opposti - con varie scuse- ad ogni tentativo di introdurre criteri meritocratici secondo standard internazionali. Nonostante i proclami, molti, troppi nel mondo della ricerca, vogliono ancora che i soldi, anche pochi, arrivino. A pioggia, senza troppo guardare al merito. Questa non è propaganda governativa, ma la realtà dell’università italiana con la quale, volenti o nolenti, pro o anti Gelmini, tutti dobbiamo fare i conti. Perchè la meritocrazia è un’arma a doppio taglio: se sei bravo i soldi arrivano, altrimenti sei tagliato fuori. E questo non piace quasi a nessuno.

Nel nostro paese solo alcune fondazioni private, tra cui Telethon, e un ente pubblico, l’AIFA (che però rischia di subire una disastrosa ristrutturazione) hanno adottato criteri stringenti, meritocratici e rispondenti alle migliori pratiche internazionali per la selezione dei progetti da finanziare. Segno che anche da noi, se si vuole, è possibile farlo. Eppure conosco solo un gruppo di ricercatori, trasversale a varie facoltà e discipline, che oggi sta portando avanti seriamente e concretamente una campagna perchè questi standard vengano realmente applicati a tutti i finanziamenti pubblici.
Tagliando in modo indiscriminato, il governo dimostra tutta la sua incompetenza e disinteresse a risolvere i problemi in modo serio. Ma dare tutta la colpa ai politici è facile, ma non dimentichiamoci che i ministri fanno danni (come la Gelmini) o al limite non combinano un tubo (come Mussi) ma, almeno prima o poi se ne vanno. I gerontocrati che da anni divorano dal’interno il mondo accademico italiano, invece, rimarranno inossidabili al loro posto, finchè qualcuno non userà con più buon senso la leva dei finanziamenti.
Leggi il post precedente: le metastasi
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Quello che dici è sacrosanto, ma ti dirò di più: il merito è un concetto politicamente (questo è stato il mio campo di studi) decisamente sospetto. Chi usa la parola “merito” la usa come una chiave che serve ad aprire tutte le porte: se provasse a esplicitare le proprie idee non credo che avrebbe tanti consensi.
Merito di chi? e per cosa? e premiato come? C’è il merito del più dotato, come l’atleta olimpico, o il cestista (che spesso dipende da madre natura); c’è il merito della ragazza-madre che continua gli studi nonostrante le fatiche; c’è il merito dello spazzino che fa un lavoro poco gratificante; c’è il merito del santo che avrà un posto nel regno dei cieli…
Quindi la domanda finale: quale tipo di merito è quello che si premia con i soldi(perchè è di questo parliamo, beninteso)? Non certo quello del santo, che troverebbe ripugnante essere pagato per la sua bontà. Forse quello dello spazzino, o della lavoratrice. Ma non ci sono altri concetti comparativamente ben più efficaci e meno vaghi? Sì, ci sono: compensazione, redistribuzione, equità… ma no, noi amiamo la parola “merito”, che ci fa pensare che i premiati siano “i buoni”.
Al di là di tutto ciò, come crederanno di scoprire questi meritevoli nelle Università e nelle amministrazioni? Su segnalazione dei capi, evidentemente… immagino che non ci saranno molte donne né molti sindacalisti dentro questo gruppo di “nuovi beati”. Sono uun veggente: si eleggeranno “meritevoli” tra parenti…
E nel caso dei lavori meno retribuiti e socialmente meno considerati? come misureranno il merito dei facchini e degli spazzini? C’è già la risposta: calcolando le ore di lavoro.
Se invece per “meritocrazia” intendiamo gli standard internazionali per la selezione dei progetti, allora intendiamo tutt’altro.
Chiamiamola “efficienza”, e prepariamoci, assieme ai suoi indubitabili vantaggi, anche alle sue distorsioni…