Meritocrazia nella ricerca: una questione di etica

Competizione, trasparenza, e soprattutto separazione fra chi decide e chi eroga i fondi. Perchè questi semplici regole etiche, rispettate altrove, non trovano spazio nella ricerca italiana? Un estratto audio dell’intervento di Francesca Pasinelli, Direttore Scientifico di Telethon, a margine della Convention Telethon 2007.
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Oltre ai soliti luoghi comuni (purtroppo verissimi, come molti luoghi comuni), uno dei motivi per cui nell’Italia della scienza (e non solo della scienza) la meritocrazia non tira ha un nome preciso: sindacati.
Non tutti allo stesso modo, ma comunque la maggior parte, hanno una vera e propria meritofobia. Non a parole, ci mancherebbe (anche se alcune sigle di base non si pongono tanti problemi di pudore). Ma non appena si prova a pigiare seriamente sul tasto “valutazione”, soprattutto se riguarda i singoli individui, ecco che cominciano i distinguo, le rivendicazioni, i “ma prima pero’ occorre..”.
Se possono scegliere tra concorso e sanatoria, sanatoria subito. Tra concorsi regolari e corsi-concorsucci vari (dove in pratica non si valuta nulla se non la fedelta’), idem.
Al punto che mi vien da pensare, malignamente lo ammetto, che in fondo in fondo una marea di precari esasperati faccia loro solo piacere: così possono portare avanti il loro gioco al ribasso facendo pure la figura dei paladini.
Sono tristemente d’accordo con te, Giovanni. A patto che non si addossi ai sindacati l’intera colpa di un sistema incancrenito (in cui i sindacati fanno la loro parte, nel bene e nel male). Forse dobbiamo liberarci dall’ossesione della precarietà (almeno per i ricercatori) e metterci in testa che il problema non è tanto quello - la precarietà esiste anche nei paesi che di solito prendiamo ad esempio in quanto a politiche della ricerca. Il problema sta piuttosto nell’assenza di un “mercato” meritocratico del lavoro e nel fatto che non esista una “tenure track” che dia stabilità a fine carriera almeno ai più meritevoli.