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Il riso che abbonda

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Le Scienze

Ottenere una pianta di riso con una resa più alta che non ceda sotto il peso stesso dei suoi semi: ci sono riusciti ricercatori giapponesi.

Ottenere una pianta di riso con una resa più alta non è una cosa facile, anche con le moderne tecniche di ingegneria genetica. Ancora più difficile è crearne una che non ceda sotto il peso stesso dei suoi semi, affondando nell’acqua e marcendo inesorabilmente. Se si pensa che il riso fornisce quasi un quarto delle calorie consumate dall’uomo in tutto il pianeta, l’importanza di questa sfida è ancora più chiara.

Un gruppo di ricercatori giapponesi è riuscito in questa doppia impresa combinando abilmente le tecniche classiche di incrocio con le più sofisticate conoscenze di genetica. Il prodotto, una pianta di riso più corta e carica di semi, non è, secondo la definizione corrente, un organismo geneticamente modificato, perché è il frutto di incroci e non dell’inserzione di geni esterni, provenienti da altri organismi.

Gli autori dello studio- Motoyuki Ashikari e i suoi colleghi della Nagoya University di Yokohama, insieme a ricercatori del prestigioso RIKEN, nella stessa città – sono partiti dalla mappa del genoma di riso, da poco completata, alla ricerca di geni in grado di favorire la resa della pianta. Hanno invece trovato un gene dall’effetto opposto: la proteina prodotta da questo gene ha infatti il compito di degradare un ormone essenziale per la crescita, la citochinina. Quando la proteina è meno attiva, lascia intatto più ormone, migliorando la resa dei semi: come hanno verificato i ricercatori giapponesi, è quello che avviene in nel riso Habataki, una varietà corta ma ricca di semi. Hanno così incrociato ripetutamente la Habataki con una varietà più alta ma povera di semi, analizzando ad ogni incrocio le piante risultanti e reincrociando solo quelle che avevano ereditato la versione “Habataki” del gene anti-ormone. Allo stesso modo, per aumentare la resistenza, hanno selezionato e reincrociato le piante che avevano ereditato dalla Habataki una particolare zona di DNA, responsabile della sua corta statura. E’ stato un lavoro paziente, che ha richiesto l’analisi di oltre 14 mila piante, ma alla fine le piante ottenute dai ricercatori avevano il 26 per cento in più di semi rispetto ed erano più resistenti rispetto alla varietà di partenza.

Il lavoro dei ricercatori giapponesi dimostra che è oggi possibile abbinare le tecniche di incrocio, vecchie come il mondo, con le conoscenze più avanzate della genetica, selezionando così in tempi molto più rapidi le varietà con le caratteristiche desiderate. Pur supportando l’uso di piante geneticamente modificate, gli autori del lavoro intendono ora proseguire su questa strada, che permette loro di utilizzare varietà selvatiche che sono più adatte a tollerare le loro specifiche condizioni geografiche e ambientali. «Scoprire i geni più utili, migliorare le caratteristiche favorevoli ancora nascoste nel genoma delle piante e applicare queste scoperte agli incroci aprirà la strada a una nuova rivoluzione verde», concludono gli autori.

© Sergio Pistoi, Le Scienze, Agosto 2005

 

 

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