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Come lasciare marcire i soldi per la ricerca

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Non si perde occasione per piangere miseria ogni volta che si parla di investimenti in ricerca. Salvo poi evitare di spendere i soldi stanziati dal governo, se questo rischia di intaccare alcuni privilegi feudali. Restano infatti inutilizzati i fondi previsti da una recente norma, 3 milioni di euro all’anno destinati a coprire il 95% del salario dei giovani ricercatori rientrati in Italia grazie all’iniziativa “rientro dei cervelli”, che ha riportato in patria 460 scienziati. Se da una parte molte università non hanno neanche presentato un candidato, dall’altra anche il Consiglio Universitario Nazionale (CUN) , che ha di fatto potere di veto sulle candidature, le rifiuta in base ad un principio demenziale: i candidati possono concorrere soltanto per il tipo di qualifica che ricoprivano fuori dall’Italia. Come dire: se negli USA (in Germania, UK etc..) non ricoprivi un ruolo come professore non puoi fare domanda per diventarlo qui in Italia.

IN realtà si tratta di una scusa piuttosto penosa che copre un’altra realtà: i feudatari dell’università non vogliono che qualcuno passi avanti ai loro protetti, vassalli e valvassori che aspettano pazientemente in fila il prossimo concorso. Piuttosto che cedere al merito di chi arriva da fuori, magari senza santi in paradiso, le termiti della ricerca preferiscono lasciare marcire i fondi che farebbero comodo alle loro università. Sia chiaro, non condivido il principio secondo cui questi giovani (per modo di dire,dato che molti superano gli “enta”) debbano essere considerati meritevoli a priori di un posto, soltanto perchè hanno passato un pò di tempo all’estero (se così fosse anch’io potrei a ragione pretendere il mio posticino da ricercatore).

La domanda da fare dovrebbe essere molto semplice: quali di essi sono effettivamente meritevoli, in base al curriculum e ai loro risultati? Se qualcuno è meritevole, e visto che i soldi li mette lo stato, perchè le università non li vogliono assumere?

La questione, di è anche oggetto di un recente editoriale di Nature.

La prossima volta che sentite un papavero dell’Università lamentarsi per la mancanza di soldi, ricordatevi questo post.

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